Il Desiderio di Krishnamurti (Yoga Reiki PNF Studio Gayatri Monza natyan)

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Il Desiderio di Krishnamurti (Yoga Reiki PNF Studio Gayatri Monza natyan)

Messaggio Da natyan27 il Mer Lug 22, 2015 10:38 am

Il Desiderio
Per la maggior parte di noi, il desiderio è un bel  problema: il desiderio di possesso,di una posizione, di potere, di agi, di immortalità, di continuazione, il desiderio di essere amati, di ottenere qualcosa di permanente, di soddisfacente, di durevole, qualcosa che si situi oltre il tempo.
Ora che cosa è il desiderio? Che cos’è questa cosa che urge, che ci sospinge? Non sto suggerendo che dovremmo essere soddisfati di ciò che abbiamo o di ciò che siamo, che è esattamente l’opposto di ciò che vogliamo. Stiamo cercando di comprendere di cosa sia il desiderio e se riusciamo a entrare nel problema per tentativi, esitando, io credo che metteremo in atto una trasformazione che non è semplice sostituzione dell’oggetto del desiderio con un altro. Questa sostituzione è ciò che in genere intendiamo con “cambiamento”, non è vero? Poiché siamo insoddisfatti di un particolare oggetto del desiderio, gli cerchiamo un sostituto. Siamo eternamente in movimento da un oggetto del desiderio a un altro che consideriamo migliore, più nobile, più raffinato; ma per quanto raffinato il desiderio è sempre desiderio, e in questo suo movimento c’è una lotta senza fine , il conflitto degli opposti.Quindi non è forse importante scoprire che cosa sia il desiderio e se possa essere trasformato? Che cos’è il desiderio? Non è forse il simbolo e la sua sensazione? Il desiderio è sensazione per l’oggetto da possedere. Esiste forse desiderio senza simbolo e sensazione? Ovviamente no. Il simbolo può essere una rappresentazione, una persona, una parola, un nome, un’immagine, un’idea che mi da una sensazione, che mi fa sentire piacere. Se la sensazione è piacevole, desidero raggiungere, possedere, tenermi stretto il suo simbolo, e continuare in questo piacere. Di tanto in tanto, in accordo con le mie inclinazioni e i miei impulsi, cambio la rappresentazione, l’immagine, l’oggetto. Mi sono ben nutrito di una forma di piacere, mi sono stancato, annoiato, e così vado in cerca di una nuova sensazione, di una nuova idea, di un nuovo simbolo. Respingo la vecchia sensazione e ne scelgo una nuova, con nuove parole, nuovi significati , nuove esperienze. Resisto a quella vecchia e mi arrendo a quella nuova che considero essere più alta, più nobile, più soddisfacente. Quindi nel desiderio c’è resistenza e arrendevolezza, il che implica tentazione; e, certamente, nella resa a un particolare simbolo del desiderio c’è sempre la paura della frustrazione.
Se osservo l’intero processo del desiderio dentro di me vedo che c’è sempre un oggetto verso il quale la mia mente si rivolge per ulteriori sensazioni, e che questo processo implica resistenza, tentazione e disciplina. Ci sono percezione, sensazione, contatto e desiderio, e la mente diventa lo strumento meccanico di questo processo in cui i simboli, le parole, gli oggetti costituiscono il centro intorno al quale sono strutturati tutti i desideri, tutti gli obiettivi, tutte le aspirazioni; questo centro è l’”io”.
Posso dissolvere tale centro del desiderio- non un desiderio particolare, una particolare voglia o appetito, ma l’intera struttura del desiderare, del bramare, dello sperare, in cui c’è sempre la paura della frustrazione? Più sono frustrato, più do forza all’”io”.
Finché che c’è speranza, bramosia, c’è sempre lo sfondo della paura, che di nuovo rinforza questo centro. E la rivoluzione è possibile solo al centro, non alla superficie: ciò sarebbe un mero processo di distrazione, un cambiamento superficiale che porterebbe a un’azione dannosa.
Quando sono consapevole della struttura del desiderio nel suo insieme, vedo come la mia mente sia diventata un centro morto, un processo meccanico della memoria. Poiché mi sono stancato di un mio desiderio, voglio automaticamente appagarmi con un altro. La mia mente fa sempre esperienza in termini di sensazione, è lo strumento della sensazione. Poiché mi sono annoiato di una particolare sensazione, ne cerco una nuova, che può essere forse ciò che chiamo la comprensione di Dio; ma è ancora una sensazione. Ne ho avuto abbastanza di questo mondo e del suo travaglio, e desidero la pace, una pace che sia durevole; quindi faccio meditazione controllo, modello la mia mente allo scopo di sperimentare la pace. L’esperienza di questa pace è ancora una sensazione. Così la mia mente è lo strumento meccanico della sensazione , della memoria, un centro morto dal quale agisco e penso. Gli oggetti che inseguo sono proiezioni della mente, al pari di simboli da cui essa deriva le sensazioni. La parola “Dio”, la parola “Amore”, la parola “comunismo”, la parola “democrazia”, la parola “nazionalismo” sono tutti simboli che procurano sensazioni alla mente, e pertanto la mente vi resta attaccata. Come sapete, ogni sensazione finisce, e così passiamo da una sensazione all’altra; ognuna di esse rafforza l’abitudine a cercarne ulteriori. Allora la mente diventa un mero strumento delle sensazioni e della memoria, e siamo catturati in questo processo. Finché la mente cerca altre esperienze, può pensare solo in termini di sensazione; e ogni esperienza che può essere spontanea, creativa, vitale, sorprendentemente nuova si riduce immediatamente alla sensazione, che poi diviene memoria. Pertanto l’esperienza è morta e la mente diventa semplicemente la pozza stagnante del passato.
Se siamo penetrati profondamente in tutto ciò, abbiamo famigliarità con questo processo e sembra che siamo incapaci di andare oltre. Noi “vogliamo” andare oltre, poiché che siamo stanchi di questa routine senza fine, di questo meccanico inseguire le sensazioni; così la mente proietta l’idea di Verità, di Dio; sogna un cambiamento vitale e di recitare una parte principale in questo cambiamento, e così avanti ancora e ancora. In tal modo non si da mai uno stato creativo. Vedo in me stesso questa sequenza del desiderio che va avanti, una cosa meccanica, ripetitiva, che trattiene la mente in un processo di routine e ne fa un centro morto del passato, in cui non c’è spontaneità creativa. Esistono anche momenti di creazione improvvisa di ciò che non appartiene alla mente, che non è memoria, che non appartiene alla sensazione o al desiderio.
Il nostro problema e quindi comprendere il desiderio: non quanto lontano debba andare o quando debba raggiungere un limite, ma comprendere il processo del desiderio nel suo insieme, il volere, il bramare gli ardenti appetiti. La maggior parte di noi pensa che possedere molto poco indichi libertà dal desiderio, e quanto veneriamo coloro che non possiedono che poche cose! Un perizoma, una tunica simbolizzano il nostro desiderio di essere liberi dal desiderio; ma si tratta ancora di una reazione molto superficiale. Perché cominciare dal livello superficiale dall’abbandono dei nostri possessi esteriori quando la mente è appesantita dai innumerevoli bisogni  desideri, credenze, lotte? Certamente è qui che deve aver luogo la rivoluzione, non in quanto si possiede o nei vestiti che si indossano né in pasti si consumano. Ma ci facciamo impressionare da queste cose perché le nostre menti sono molto superficiali.
Il vostro problema come il mio è comprendere se la mente può mai essere libera dal desiderio, dalla sensazione. Certamente la creazione non ha nulla che fare con la sensazione; la realtà, Dio, o ciò che preferite non consiste in uno stato che può essere sperimentato attraverso la sensazione. Quando fate un’esperienza che cosa accade? Essa vi ha dato una certa forma di sensazione, un sentimento di esaltazione o di depressione. Naturalmente cercate di evitare, di mettere in disparte lo stato di depressione; ma se si tratta di gioia, di un sentimento di esaltazione, lo inseguite. La vostra esperienza ha prodotto una sensazione piacevole e ne volete di più, e il più rafforza il centro morto della mente, che aspira sempre a nuove esperienze. Dunque la mente non può sperimentare nulla di nuovo, è incapace di sperimentare qualcosa di nuovo, perché il suo approccio passa sempre per la memoria, per il riconoscimento; e ciò che è riconosciuto attraverso la memoria non è verità, creazione, realtà: può solo sperimentare sensazioni, e la creazione non è una sensazione, la creazione è qualcosa di eternamente diverso, istante per istante. Ora mi rendo conto dello stato della mia mente; vedo che è lo strumento della sensazione e del desiderio, e che è catturata meccanicamente della routine. Una mente simile è incapace di ricevere o percepire il nuovo perché il nuovo deve essere necessariamente qualcosa oltre la sensazione, che è sempre il vecchio. Questo processo meccanico con le sue sensazioni ha dunque avuto fine - oppure no? Il desiderare di più, l’inseguimento dei simboli, delle parole, delle immagini con le loro sensazioni, tutto ciò ha avuto fine. Solo allora è possibile per la mente essere in quello stato di creatività in cui il nuovo viene alla luce. Se comprenderete non più magnetizzati dalle parole, dalle abitudini, dalle idee, e vedrete quanto sia importante che il nuovo colpisca continuamente la mente, allora forse comprenderete il processo del desiderio, la routine, la noia la brama costante di esperienza. Allora penso che comincerete a capire che il desiderio ha pochissima importanza nella vita di un uomo che sta realmente cercando. Ovviamente ci sono alcuni bisogni fisici: cibo, abiti, riparo ma questi non diventano mai appetiti mentali, cose sulle quali la mente struttura se stessa come centro del desiderio. Eccetto i bisogni fisici ogni forma di desiderio, di grandezza, di verità, diviene un processo psicologico tramite il quale la mente costruisce l’idea dell’”io” e rafforza se stessa al centro .Quando capite questo processo, quando ne siete realmente consapevoli senza opposizione, senza un senso di tentazione, senza resistenza, senza giustificarlo o giudicarlo, allora scoprirete che la mente è capace di ricevere il nuovo e che il nuovo non è mai una sensazione; pertanto non può mai essere riconosciuto, né se ne può mai avere un’esperienza ripetuta. E’ uno stato dell’essere in cui la creatività arriva senza invito, senza memoria: è la realtà.
Tratto da “La ricerca della felicità” di Jiddu Krishanmurti

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